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Emanuele Filiberto di Savoia, il duca Testa di Ferro.

In versione fedele o stilizzata l’immagine della statua equestre di Emanuele Filiberto è nota a tutti coloro che abitano Torino o che l’hanno visitata. Tappa immancabile di ogni tour è conosciuta con il soprannome di Caval ‘d Brons.

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Il monumento, al centro di piazza San Carlo, una delle più eleganti piazze del centro torinese, si deve allo scultore Carlo Marochetti e fu inaugurata nel 1838, ma racconta una storia molto più lontana nel tempo.

All’epoca in cui il protagonista della statua a cavallo compiva le sue gesta, la piazza ancora non esisteva. Erano gli anni in cui grandi guerre tra Francesco I di Francia e Carlo V d’Asburgo laceravano l’Europa, e il territorio del ducato di Savoia era attraversato dalle due fazioni senza conoscere pace. Torino altro non era che una modesta città di provincia: la capitale era oltralpe, a Chambery. Il perimentro della città era di forma quadrata e aveva ancora all’incirca le dimensioni dell’accampamento romano di Augusta Taurinorum.

Il 3 aprile 1536 Francesco I ordinò l’occupazione della città, senza incontrare alcuna resistenza e fece anche di peggio: un sopruso su tutti, la soppressione immediata dell’Università che nel 1506 aveva dato la laurea ad Erasmo da Rotterdam, il più grande umanista di sempre, per far sì che solo i francesi potessero ardire a cariche di pregio.

Le guerre continuarono per molti altri anni, fino a quando, nel 1557, Emanuele Filiberto, duca di Savoia, riuscì a sconfiggere i francesi nella battaglia di San Quintino e a strappare buone condizioni ai suoi avversari con la Pace di Cateau Cambresis del 1559: la Savoia e il Piemonte furono restituiti al duca, che subito visitò Torino, già conosciuta durante l’infanzia, se ne innamorò – mi piace romanticamente pensare – e decise di installarvi la sua Capitale nel 1563.

Emanuele Filiberto, da sempre soprannominato Testa di Ferro, per la sua caparbietà e cocciutaggine, aveva sagacemente compreso che il destino dei Savoia non poteva essere al di là delle Alpi, con i francesi sempre a minacciare i confini e la pace del piccolo stato; gli interessi si dovevano spostare verso la pianura padana e la capitale del ducato doveva subito essere trasferita da Chambery a Torino. Proprio da questa decisione ebbero origine gli importanti lavori di ampliamento, proseguiti per più di due secoli, per dare alla città il volto di una capitale che trasmettesse a prima vista maestà e potenza.

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Emanuele Filiberto, da sovrano guerriero, si preoccupò innanzitutto di dotare la capitale di un efficiente sistema difensivo, con la cittadella fortificata pentagonale del 1563. Nel 1572 commissionò al cartografo Giovanni Carracha una grande pianta di Torino, che doveva fare il giro delle corti europee. La città è rappresentata dalla collina; il primo edificio che si scorge in basso è l’attuale Palazzo Madama, da cui si dipartiva verso l’esterno la “via della calce”, attuale via Po, e, all’interno delle mura, la riconoscibilissima via Dora Grossa, attuale via Garibaldi.

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Guardando questa mappa, Emanuele Filiberto cominciò a prefigurarsi quali sarebbero stati i lavori futuri sull’impianto della città che doveva assumere una forma a “mandorla” per poter efficacemente respingere gli attacchi portati con le armi dell’epoca. I lavori furono poi iniziati nella pratica dal figlio, Carlo Emanuele I, a partire dal 1620, proprio dall’ampliamento meridionale, a sud di Palazzo Madama. Il primo ampliamento portò alla nascita di piazza San Carlo, nello stile francese seicentesco, con ampie palazzate sul perimetro: edifici porticati di rappresentanza tutti resi con uno stile unitario. Questa era la prima immagine che si presentava agli occhi dei visitatori che entravano dalla porta meridionale della città, comunicando subito un’idea di magnificenza. Sullo sfondo si doveva scorgere la facciata altrettanto maestosa e severa di Palazzo Reale.

Si può dire che Emanuele Filiberto, con la fermezza della propria politica, ordì le prime trame per rendere Torino come si presenta oggi. La statua equestre che commemora il duca sabaudo è stata posta proprio qui, nell’800, nel gesto di rientrare in città, rinfoderando la spada che tanto aveva dato filo da torcere ai francesi e agli altri nemici. Un Emanuele Filiberto che, smessi i panni del combattente, diveniva governatore e sovrano della capitale nascente, dove negli anni operò una serie di importanti riforme. Da segnalare, per comprendere la grandezza e la lungimiranza del personaggio, l’imposizione della lingua italiana nei tribunali e nella burocrazia, l’abolizione della servitù della gleba, gli appoggi all’immigrazione, la promozione di una rete di canali per ampliare i commerci. Un personaggio anche pieno di contraddizioni: seguì l’indirizzo della Controriforma ma garantì diritti ai Valdesi nelle valli alpine; estremamente religioso durante il giorno, di notte, seguendo la moda dell’epoca e l’inclinazione personale, si dilettò di alchimia e di scienze occulte.

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Pubblicato il: 8 July 2014

Categoria: Percorsi

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